Sull’orsa Daniza e altro

Written by Franco Romanò. Posted in Articoli

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La notizia dell’uccisione dell’orsa Daniza mi ha colpito come ha colpito molti e molte altre che intervengono in rete. Vorrei anch’io fare qualche pacata riflessione sull’argomento, chiarendo però subito che non sono un militante animalista e che – per dirla tutta – mi irritano assai certi interventi di estremismo che sono altrettanto veementi e intolleranti (e spesso anche antropologicamente quanto meno ingenui per non dire altro), di chi difende in modo altrettanto ottuso, la supremazia della specie umana su tutte le altre, tanto da potere essere la sola ad esercitare un diritto di libero arbitrio.

Detto ciò, tutta la mia simpatia, purtroppo inutile, all’orsa Daniza, uccisa non so se più per incuria o per efferatezza, solo perché, come ha scritto l’etologo Danilo Mainardi “ha fatto niente altro che il proprio dovere: difendere i suoi cuccioli.”

Vorrei partire da qui con una considerazione che è proprio di carattere giuridico perché sono convinto che in molti ci siamo dimenticati quanto segue e che può essere trovato in qualsiasi manuale di diritto:

Fino al secolo scorso anche cani, gatti, maiali, galline, bruchi e altri animali potevano essere accusati di reati e portati in tribunale per essere processati, come gli esseri umani. Dopo aver ascoltato i querelanti, i testimoni e l’avvocato difensore, il giudice emetteva la sentenza che poteva consistere in ammonizione, tortura o condanna a morte per impiccagione, decapitazione o rogo.

medioevoIl brano citato non parla di assoluzione, ma esse erano frequenti, ancora di più se si risale indietro fino al Medio Evo. Sono molto interessanti, a questo proposito, molte sentenze di assoluzione che mi è capitato di leggere perché basate su un principio molto semplice: se l’animale si era comportato secondo le proprie prerogative e caratteristiche di specie, oppure era stato provocato da un comportamento umano, difficilmente veniva condannato a morte, spesso veniva ammonito o rieducato, mentre veniva sicuramente condannato se, per esempio, essendo considerato domestico, si comportava in modo non conforme alla domesticità.

Non ho nessun rimpianto – sia chiaro – per il diritto medioevale e per quella società, però il tentativo di stabilire per legge un punto di equilibrio fra le specie viventi in un dibattimento processuale, mi sembra interessante. Sento già le obiezioni: ma come, anche noi abbiamo le leggi che proteggono gli animali, anzi ci sono addirittura le dichiarazioni dell’Onu e tutta una serie di protocolli. Vero, ma laddove la norma non corrisponde a un’etica pubblica condivisa, si apre la voragine e il paradosso di una società che continua a legiferare su tutto e non rispetta le regole più elementari.

Secondo il diritto consuetudinario antico, Daniza sarebbe stata assolta perché si comportò secondo le prerogative della propria specie: l’orso è un predatore e difende il territorio e i propri cuccioli di fronte all’aggressione esterna, cosa che c’è stata perché il cercatore di funghi, per sua stessa ammissione, si era avvicinato per vedere i cuccioli dell’animale, scatenando dunque la reazione di legittima difesa di Daniza. Semmai, ci sarebbe da chiedersi come mai un abitante del Trentino che dovrebbe avere una certa dimestichezza con i comportamenti animali, ha pensato di potere avvicinarsi a un predatore con cuccioli, senza scatenare reazione alcuna; ma forse, è meno stupefacente di quanto io pensi. Anni fa vidi sulla spiaggia di Punta Ala un ghepardo al guinzaglio: evidentemente la presunzione umana può pensare di addomesticare tutto.

La notizia me ne fa venire un mente un’altra e forse qualcuno storcerà il naso, nel vedere collegate le storie.

Due anni fa, ma potrei sbagliarmi sul tempo, una giovane madre umana si vide recapitare una denuncia per atti osceni in luogo pubblico: stava allattando in un parco – credo – e un uomo l’aveva denunciata. Ebbene, io penso davvero che fra le due vicende ci sia un legame molto profondo. La cultura che ha ucciso Daniza permette senza colpo ferire la distruzione dell’ambiente, ma non riesce a tollerare un comportamento animale del tutto coerente con il proprio statuto di specie, così come una cultura sessista che tollera oscenità quotidiane pubbliche e private, si scandalizza per una madre che allatta. Di questo passo, solerti amministratori come il sindaco di Padova, potrebbero arrivare a vietare il consumo di coni di gelato e banane in luogo pubblico, destinando ai consumatori, sale apposite nei ristoranti e nei bar e promuovere orge collettive di pubblici amministratori e cittadini nei parchi pubblici della città.

Bisogna però comprendere, a mio avviso, che quando si arriva a questo pervertimento e rovesciamento delle cose, le norme da sole non bastano più. Ricostruire un’etica pubblica è qualcosa che viene prima della norma, che implica mettersi di fronte anche  a se stessi come specie e non come individui e con il senso di una responsabilità che va oltre le nostre vite. La società patriarcale e capitalistica attuale vive in un eterno presente, senza memoria e senza pensare il futuro, ma il cerchio si può rompere proprio assumendosi la responsabilità di non accettare di vivere nell’eterno presente e di uscire dal proprio splendido individualismo. Libertà e libero arbitrio sono termini ormai obsoleti e addirittura pericolosi: liberazione è una parola diversa perché indica un percorso collettivo ed è questo di cui abbiamo più bisogno.

Franco Romanò

Franco Romanò

Scrittore, critico letterario e poeta, è vicepresidente della Società di Psicoanalisi Critica. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi critici su varie riviste specializzate. Attualmente è condirettore della rivista “Il cavallo di Cavalcanti”.

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