SULLA CADUTA DEGLI IDOLI

Written by Segreteria. Posted in Articoli

letteredi Gianni Trimarchi

La distruzione dell’illusione non produce la verità, ma solo un altro pezzo di ignoranza, un’estensione del nostro spazio vuoto, un aumento del nostro deserto. (F. Nietzsche)

È recente la notizia del comune di Brescello, commissariato per mafia e del titolare di un bar locale, che a sua volta pare abbia dovuto chiudere a causa di ricatti mafiosi. Questo comune, propriamente, non rappresenta una realtà storica precisa,ma è un luogo simulato, un po’ come la casa di Sherlock Holmes a Londra. La ben nota serie di film degli anni cinquanta con Gino Cervi (Peppone) e Fernandel (don Camillo), nonostante l’origine fittizia,induceva però a credere in una mitologia costruttiva, capace di dare un senso allo scontro, anche duro, fra le forze politiche di governo e quelle di opposizione. In questo “falso” c’era molta realtà, capace di creare una compatta coscienza collettiva nell’Italia del miracolo economico. Sappiamo infatti che ogni sistema culturale ha bisogno anzitutto di costruzioni di senso. Come scrive C. Geertz, occorre che “gli stati d’animo e le motivazioni appaiano come assolutamente realistici” anche se sappiamo che in realtà sono costruiti, perché solo in questo modo si può “uscire dall’indeterminatezza”1.

Cristopher Hill2 ci racconta che quando Cromwell fece giustiziare Carlo primo, diverse donne abortirono

e diversi uomini impazzirono, sentendosi privati di una sorta di statuto ontologico, che trascendeva le possibilità empiriche di quello che peraltro era un cattivo governo. Ciò che qui era in discussione non era tuttavia la politica del governo, ma ben altro.

Dopo la serie infinita di arresti per irregolarità amministrative a cui abbiamo assistito, a partire dai tempi di “mani pulite”, credo che nessuno possa più impazzire a causa della giunta di Brescello, ma può essere opportuno chiedersi che ne è della nostra coscienza collettiva e che sbocchi possono aprirsi per la vita delle nuove generazioni, dal punto di vista dei valori e della fiducia che si pone in essi, a prescindere dalla funzionalità delle scelte politiche, che si collocano su di un piano del tutto diverso. In sostanza ci si chiede oggi quali possono essere gli assunti di base in atto e su che base si possa costruire una situazione di certezza per i nuovi cittadini europei.

Oggi sul piano filosofico c’è chi tende a risolvere gli elementi individuali in una sorta di coscienza collettiva. Il discorso è sicuramente valido dal punto di vista storico, per spiegare chi siamo e perché siamo in un certo modo, dal momento che gli archetipi innati nell’uomo non sembrano esistere. Sul piano della vita vissuta, questo si lega all’esigenza di appartenere a qualcosa di più ampio della realtà individuale; e qui i risultati risultano deludenti. Assistiamo ad esempio all’identificarsi dei giovani in una serie dei realtà inaffidabili, a carattere pseudo mistico, dove di fondato c’è soltanto il loro desiderio di appartenere ad un gruppo, capace di dare un senso ai problemi dell’esistenza. Già Deleuze, nell’Antiedipo, parlava della crociata dei bambini, che nel medio evo partirono dalla Germania con grandi speranze di redenzione, per poi finire tutti schiavi in medio oriente. Abbiamo la versione contemporanea di un fenomeno analogo, descritta da un rapporto del ministero degli interni francese, che ci parla di un migliaio di ragazzi di buona famiglia, partiti per la Siria nel 2013, alla ricerca di una “verità”, che certo non hanno trovato.

Se questa è la situazione, forse val la pena che gli psicoanalisti e gli educatori riscoprano in certa misura il cogito cartesiano, vecchio paradigma che i filosofi continuano a cercar di mettere in soffitta. Come scriveva Vygotskij, l’origine di ciò che siamo è sociale, ma il risultato di un lungo processo è la costruzione di un’individualità. Questa ha sì bisogno di riti, ma in un momento di disgregazione come l’attuale forse è bene che i riti si affaccino ad una dimensione libera dai nefasti della cronaca.

Già sul finire dell’undicesimo secolo, Anselmo d’Aosta scrisse il Monologion in cui dimostrava l’esistenza di Dio, descrivendolo come una sorta di tetto del mondo, di cui non si poteva fare a meno, per giustificare il presente. Davanti a vari fenomeni di disgregazione della società feudale, egli scrisse poi, a breve distanza di tempo, il Proslogion, in cui dichiarò di aver sbagliato nello scrivere il suo testo precedente, in quanto era invece opportuno “parlare di Dio con più rispetto” e indicarlo come un completamente altro rispetto al mondo, i cui nefasti non potevano avere una legittimazione divina. Il suo discorso, pur esplicitato in un breve opuscolo, ebbe una tale forza di attrazione, che tutti i filosofi dell’età moderna, compresi Kant ed Hegel, lo citarono come un importante punto di riferimento nella storia della filosofia.

Forse oggi anche noi dovremmo avere il coraggio di mettere in soffitta Peppone, don Camillo e tutta la cronaca, per dare all’opinione pubblica ideali diversi, più legati al “privato pensante”,che non ad una coscienza collettiva, capace davanti ai fatti di creare solo depressione. Baudelaire del resto parlava di “cavare l’eterno dal transitorio” e forse questo è il nostro compito. Potrebbe essere un modo per restare integri e storicamente propositivi, davanti a un presente che induce all’impotenza.

  1. C. Geertz La religione come sistema culturale, in C,. Geertz Interpretazioni di cultura, trad it Bologna, il Mulino 1966 p 141 []
  2. C. Hill Le origini intellettuali della rivoluzione inglese, trad it Bologna  il Mulino 1976 []

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